Quel posto nel tempo

Cast

  • Leo Gullotta

  • Giovanna Rei

  • Beatrice Arnera

  • Erasmo Genzini

  • con la partecipazione di Gigi Savoia

  • e con Tomas Arana

Crew

  • Regia: Giuseppe Alessio Nuzzo

  • Sceneggiatura: Eitan Pitigliani con Giuseppe Alessio Nuzzo

  • Fotografia: Antonio De Rosa (aic – imago)

  • Montaggio: Diego Liguori

  • Musiche originali: Adriano Aponte, Gruppo Delta

  • Distribuzione tv/digital: Nexo Digital

  • Prodotto da: Eduardo e Giuseppe Angeloni

  • In associazione con: Pietro Ferone &C.

  • Con il contributo di: Regione Campania, Film Commission Regione Campania

  • In collaborazione con: Paradise Pictures, Giovanna Rei, Anna Cuocolo, Conservatorio di Musica di Rovigo, Dipartimento di Neuroscienze Università di Padova, Reggia di Caserta

Info

Mario (Leo Gullotta), direttore d’orchestra in pensione, trascorre i suoi giorni in un resort di lusso nel sud dell’Inghilterra. Soffre da tempo di Alzheimer e viene spesso assalito da ricordi improvvisi che poi, puntualmente, dimentica.

Vive con la paura che la malattia possa cancellare il suo passato, fatto di fama e successi. Ma soprattutto dell’amore di sua moglie Amelia (Giovanna Rei), morta anni prima, e di sua figlia Michela (Beatrice Arnera) che spera un giorno di ritrovare in un posto lontano dal tempo...

La realtà si confonde tra flashback e visioni immaginarie, fino a portare lo spettatore a vivere in prima persona, attraverso gli occhi del protagonista, il terrore della malattia.

Note di regia

Raccontare una malattia, l’Azheimer, attraverso la poesia del tempo che passa, dei ricordi che si cancellano e quelli che riemergono, incoerenti e irrazionali.
La malattia come metafora di un viaggio, nel tempo e nell’immaginazione del protagonista, Mario (Leo Gullotta), direttore d’orchestra di fama internazionale.
Nella sua mente Mario ricrea un “posto nel tempo” dove rifugiarsi con i suoi affetti, nei suoi ricordi che si confondono e si mescolano con il presente.
Quattro assi narrativi scandiscono il tempo, forse vero protagonista del film, non cronologico della narrazione, un’esperienza cinematografica per lo spettatore che, come ogni puzzle film che si rispetti, solo nel finale riuscirà ad avere a disposizione tutti i tasselli per comporre il quadro della storia. Attraverso questo film invece di declinare, come solitamente accade, la malattia attraverso gli occhi del caregiver, colui che assiste l’ammalato, ho lasciato recitare l’avanzamento della stessa attraverso il vivavoce del protagonista che racconta le sue paure attraverso una lunga lettera forse scritta per anni.

Ma il film nasce anche dall’esigenza di raccontare l’Amore, di quello ossessivo di Mario verso sua moglie Amelia (Giovanna Rei), morta improvvisamente quando era incinta, e di quello ritrovato per sua figlia Michela (Beatrice Arnera), abbandonata al suo destino e preferita al lavoro e alla musica per colmare il vuoto che Mario ha accumulato dalla morte della moglie. Ma l’Amore può e riesce a superare qualsiasi barriera anche quella atroce della perdita della memoria, il dissolversi dei ricordi, attraverso l’immaterialità dei sentimenti e dell’immaginazione, della poesia e della scommessa.
Un amore che oltrepassa i limiti imposti da una patologia che esiste ma si nasconde, l Alzheimer. Raccontare attraverso le immagini di una malattia così delicata non è stato facile; altrettanto complesso è stato scrivere la storia, insieme con Eitan Pitigliani e Giovanni Mazzitelli, che non parla della malattia, ma la vive, l’attraversa, la tocca e poi l’oltrepassa in un misto di sentimenti contrastanti ma veri: Amore e dolore, coscienza ed incoscienza, perdita e riacquisizione, immaginazione e follia. Ho ritenuto necessario far trasparire sin dai primi script il rispetto della dignità della persona in quanto tale cercando collaborazione da parte di scienziati ed esperti in materia nella stesura del lavoro grazie ad anni di studi e ricerche anche personali.
Un film fatto di distanze, tamponi, mascherine e, per l’attualità in cui è stato realizzato, privato della cosa più autentica di un set, le carezze, gli abbracci e gli immancabili assembramenti cinematografici. Queste difficoltà non hanno però snaturato l’autenticità e la verità della narrazione, forse potenziate dalla voglia di tornare a raccontare storie.

La macchina da presa, quindi, esplora una storia estremamente delicata e attuale, poetica e metaforica ma mai metafisica, che mira a imprimere una storia da vivere finalmente sul grande schermo.

L'alba di una nuova
era cinema­tografica

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